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Gay & Bisex

LdO-19 "Strane seghe"


di Membro VIP di Annunci69.it Boytofun
16.10.2026    |    748    |    2 9.6
"Vince: “Aho, il 30 e lode lo festeggi sul lettino o fai il pantofolaio? Noi abbiamo deciso di tornare dallo zio Bart, ti aspettiamo..."
Dopo i giorni a Lido Orizzonti e la notte erotica con Vince e Rob, Luis aveva vissuto in una sorta di “trance” giuridica: studiava, alternandoli ai suoi ordinati appunti, i due tomi di procedura civile, con disciplina inflessibile, dalle otto del mattino alle otto della sera, spesso ripetendo ad alta voce davanti allo specchio del bagno.
In tal modo evitava di soffrire per l’allontanamento da Jules e, al tempo stesso, di farsi troppe domande su quanto era accaduto domenica.
Unica pausa ammessa alle 13 per un piatto pronto veloce davanti al TG5.
L’esame sarebbe stato giovedì mattina alle 10.00: la sera prima, alle 20.00 precise, aveva finito di ripetere anche le impugnazioni e, con maggior libertà del solito visto che il suo irrequieto coinquilino (e amico traditore) non c’era, aveva adempiuto al consueto rito scaramantico.
Indossata la camicia bianca a righe verticali che portava sempre agli esami, si era posizionato, in slip, di fronte al tavolo-scrivania: davanti agli occhi erano disposti i due sudati tomi e, in primo piano, il raccoglitore ad anelli degli appunti aperto sull’ultima pagina.
Aveva iniziato ad accarezzarsi il pacco lentamente dandosi piccoli morsi sul braccio, sopra il polso e vicino alla spalla.
Poi quando, quasi subito aveva iniziato a diventargli duro, aveva stretto il cazzo forte forte con la mano destra: gli piaceva la sensazione del tessuto teso dall'erezione che sollecitava la sua virilità.
Guardando i manuali aveva finalmente messo la mano dentro per saggiare, con ripetute carezze, la consistenza, piena, delle palle.
Poi aveva fatto scivolare gli slip ai piedi e aveva iniziato la vera e propria sega: si era scappellato percependo l’aroma, intenso e sottile, della sua eccitazione iniziando poi a muovere la mano ben stretta su e giù.
Su e giù. Su e giù.
Le seghe lente erano da sempre la sua passione.
Su e giù. Su e giù. Ad occhi chiusi.
Quando si era accorto di “esserci”, lo aveva puntato sulla copertina interna del raccoglitore accelerando spasmodicamente il ritmo della mano.
Era bello rendersi conto del momento esatto in cui, ormai, non ci si può più fermare: quell’istante rappresentava per Luis qualcosa di metafisico.
Superato il “momentum” aveva impresso alla mano una brusca accelerazione e, questione di secondi, una schizzata copiosa e liberatoria si era sparsa sull’interno della copertina.
Luis ci aveva girato sopra, facendoli scorrere a ritroso sugli anelli, due o tre fogli: la sua sborra a fare da colla.
Poi, con il cazzo ancora gocciolante, aveva scritto sull’ultimo foglio: “procedura civile - appello giovedì 11/11/2025”.

La mattina dopo Luis è tra i primi ad arrivare nell’aula a semicerchio del dipartimento di scienze giuridiche sedendosi in prima fila pronto per essere chiamato: quando è sotto esame preferisce restare concentrato piuttosto che perdersi nel vacuo chiacchiericcio dei suoi compagni.
Inizia male: i primi due interrogati sono scarsamente preparati ed indispongono non poco l’accigliato professore.
Quando arriva il suo turno controlla l’orologio: sono esattamente le 10.30 e, per uno scaramantico come lui, quel numero tondo, trenta, è un buon segno: sarebbe stato peggio se lo avessero chiamato alle 10.18.
“Bene” dice il docente senza sollevare del tutto lo sguardo, picchiettando l'indice sulla copertina del verbale. “Andiamo subito al cuore della materia.”
Si sporge in avanti, incrociando le dita sul tavolo.
“Mi parli del ricorso in appello: quali sono i termini perentori per impugnare una sentenza e cosa succede, nella prassi, se si supera anche solo di un giorno la scadenza? Esponga le conseguenze sulla decisione di primo grado.”
In aula cala un silenzio teso. È una domanda bastarda: apparentemente lineare, ma formulata in modo da incastrare lo studente sui dettagli pratici e sulle trappole procedurali che molti imparano solo a memoria senza capirne il meccanismo.
Luis sorride: negli occhi l'ombra di divertimento cinico. L'immagine di lui la sera prima, in slip di fronte alla scrivania, mentre sigilla la copertina del raccoglitore proprio sull’argomento impugnazioni e appello con la sua sborra fresca, gli passa davanti per una frazione di secondo.
“Il termine breve per proporre appello è di trenta giorni dalla notificazione della sentenza” esordisce Luis, con voce ferma. “Se si supera questo termine, o quello lungo di sei mesi dalla pubblicazione, scatta l'inammissibilità dell'impugnazione. La conseguenza è drastica: la sentenza di primo grado passa in giudicato. Diventa definitiva, intoccabile.”
Luis continua, esponendo con una precisione chirurgica le eccezioni, i calcoli dei giorni e i casi particolari. Le ripetizioni davanti allo specchio tornano utili: il tono è quello sicuro di chi domina la materia mettendo all’angolo la tensione.
Mentre parla, il professore alza lentamente la testa: la sua espressione severa si trasforma in un'attenzione quasi ipnotizzata.
“...e di conseguenza” conclude Luis, fissando il professore negli occhi, “il rispetto dei termini non è una semplice formalità: è il confine esatto tra la vita e la morte del processo. Superato quel momento, non si può più tornare indietro.”
Sull'ultima frase la sua voce tradisce un fremito di compiacimento cogliendo il rimando inconscio a quello che aveva provato la notte prima davanti al quaderno ad anelli.
Il professore chiude il codice con un colpo secco abbozzando un cenno d'intesa con la testa.
“Non c'è neanche bisogno di fare altre domande. Complimenti: trenta e lode!” esclama prima di arringare gli studenti in attesa. “E voi prendete esempio perché oggi qui, in questa aula, la procedura civile è diventata poesia!”

Luis si avvia verso l’uscita: percepisce il mormorio di approvazione degli altri studenti e la tensione accumulata nei giorni passati lascia il posto a un’euforia lucida.
Sta per varcare la soglia quando si sente chiamato da una voce: “Ehi... scusa! Sei stato incredibile là dentro!”
A trattenerlo, con la mano stretta sul suo avambraccio, un ragazzo dall'aspetto singolare: non molto alto, capelli sul lungo scompigliati, due occhi verdi grandissimi e un viso tondo dall’espressione quasi smarrita: gli ricorda vagamente il Frodo del Signore degli Anelli.
Luis avverte, al contatto con la sua mano, una specie di piccola scarica elettrica che lo coglie del tutto di sorpresa.
“Ti ho ascoltato mentre rispondevi” continua il ragazzo, con un sorriso timido ma entusiasta. “Mi chiamo Dario! Sei stato pazzesco: io quell'esame dovrei darlo per la terza volta al prossimo appello e sono già nel pallone.”
“Grazie” risponde Luis, godendosi il complimento. “Alla fine è solo questione di trovare il ritmo giusto con i concetti.”
“Non è che... cioè, ti andrebbe di darmi una mano? Anche solo per capire come schematizzare le cose.” chiede Dario fissandolo con i suoi occhioni. “Offro io pizza e birra, giuro!”
Luis ci pensa un istante: quel Dario ha un che di magnetico, un mix di innocenza e spudoratezza; e poi avverte ancora quella sensazione di scossa sul braccio. Del resto l'idea di tornare nel silenzio vuoto della casa non lo alletta per niente. “Affare fatto. Ma la birra la prendiamo buona e andiamo a casa mia, si sta più tranquilli!”
Prendono due quattro stagioni e un cartone da sei di bionde doppio malto.
Arrivati nel bilocale di Luis, si sistemano in cucina. La conversazione fluisce con una facilità inaspettata: ridono dei professori più stronzi, parlano di serie tv, di musica e di quanto sia cara la vita da fuorisede a Bologna. Tra una fetta di pizza e l'altra, le bottiglie di birra vanno giù come l’acqua.
Luis che non è abituato alla Tennent's avverte un leggero giramento di testa.
“I’m tipsy!” esclama Dario prendendolo, per la seconda volta, per il braccio.
Di nuovo quella specie di scossa.
“Tipsy? Cosa vuol dire?”
“Hai presente quando uno inizia a sentirsi piacevolmente allegro, “sopra” le righe ma non troppo? Ecco, quel momento lì è tipsy!”
Luis sorride: “Beh, direi che allora sono molto tipsy e mi fa piacere esserlo oggi, anzi meglio, qui e ora. Hic et nunc come direbbero i giuristi romani!”
Dario sgrana gli occhioni: “Tu sei proprio un geniaccio! A proposito: mi fai vedere i tuoi appunti spiegandomi anche come fai a capire le astrusità di quel manuale?”
“Sono di là, vado a prenderli. Mettiti pure comodo se, su questo divano, ci riesci!”
Quando torna, il suo ospite, evidentemente a proprio completo agio, si è tolto le scarpe e lo aspetta, seduto scompostamente sul vecchio divano sfondato, con un piede sotto la coscia bevendo l’ultima bottiglia.
“Ecco, non è difficile. Basta avere un metodo!”
“Dai, siediti vicino a me! Un ultimo sorso?”
“Sì, grazie! Dicevo del metodo: per tutti gli esami faccio tre letture: una prima sottolineatura a matita dei concetti salienti, una seconda, in evidenziatore giallo solo per le parti importanti, una terza, in tratto pen blu, per i principi fondamentali: quando ripeto parto da questi e via via arricchisco.”
“Wow! Ma sei un professionista!” esclama Dario aderendo con la gamba sinistra alla sua e stendendo un braccio, dietro il collo del suo ospite, sullo schienale. “E gli appunti non me li fai vedere?”
Luis estrae da uno zainetto anche il quaderno ad anelli; il suo nuovo amico lascia scivolare il braccio sulle sue spalle. Entrambi percepiscono densità elettrica nell’aria.
“Ecco, vedi? Gli appunti per me sono la vera e propria mappa concettuale: per gli esami complessi, come procedura civile, seguo tutte le lezioni. Su un lato del foglio le annotazioni prese in aula e sull’altro i medesimi concetti sintetizzati dal libro!”
“Wow, wow, wow! Ma è un metodo FAN-TA-STI-CO! Ecco perché sei così bravo! Se mi lasci il quaderno vado a fotocopiarli!”
“Aspetta! Te li tolgo dal raccoglitore!”
“Ma scusa, non puoi lasciarli come sono? Giuro che te li riporto intatti!”
“No, preferisco così!”
“Eh dai! Lasciami il quaderno! Ti prego!” Dario inizia a tirarlo dimostrando una tenacia inaspettata. Luis, imbarazzatissimo, prova a resistere ma la sua mano, umida per il contatto con la bottiglia di birra, perde la presa.
“Evvai! Ti ho fregato!” urla giubilante Dario sollevando il quaderno in alto e, al contempo, sfiorando la coscia del suo ospite. Sfoglia velocemente le pagine ammirato dall’ordine e dal rigore logico di quegli appunti fino ad arrivare in fondo: i due fogli finali sono incollati tra loro in modo strano, rigidi, con una macchia trasparente e ormai asciutta che li tiene serrati. Sopra svetta la scritta a penna: “procedura civile - appello giovedì 11/11/2025”. Accarezza con il polpastrello la superficie ruvida dell'ultima pagina, poi volge lo sguardo verso Luis. Nei suoi occhioni, velati dalla Tennent's, passa una scintilla di maliziosa consapevolezza. Capisce benissimo di quale colla si tratta.

Luis, il cui viso è sempre più paonazzo, si alza barcollando leggermente. “Arrivo subito... devo assolutamente pisciare... sai, con tutta la birra che abbiamo bevuto...”
Si avvia verso il bagno socchiudendo la porta e, davanti al wc, tira fuori il pisello per pisciare. Gli sembra di sentire dei passi leggeri dietro di sé: si gira appena e vede Dario, sulla soglia, che lo spia con le guance arrossate.
“Che fai, spii?” mormorò Luis con un risolino alterato dall'alcol.
Dario fa un passo avanti: “Possiamo... possiamo fare la pipì insieme?” azzarda con una voce bassa, quasi sfrontata nella sua apparente innocenza.
Luis si accorge che mentre piscia il cazzo gli sta diventando duro e prima che riesca a rispondere, Dario è già al suo fianco: cominciano a pisciare insieme nello stesso orinatoio, l'uno accanto all'altro, mentre il rumore dei getti risuona nel piccolo bagno. L'odore della birra e il calore dei corpi vicini creano un'atmosfera satura di attese proibite.
Appena finirono, l’ospite girò il viso verso Luis e guardò il suo cazzo già turgido.
“Avvocato, permette?” poi, con una naturalezza disarmante, allungò la mano. La sua presa era calda. Iniziò a muovere le dita su e giù lungo l'asta di Luis per poi afferrarla con maggior decisione a mano chiusa.
“L’ho vista secca sul quaderno, ma ora la voglio fresca.”
Luis non rispose, semplicemente si appoggiò col braccio sulle spalle dell’amico e lo lasciò fare: la sua erezione, alimentata dall'alcol, dall’imbarazzo e dalla sorpresa, era prepotente. Si abbandonò al piacere morboso di quella sega rubata fissando il cazzo di Dario svettante sopra il bianco della tazza.
Dario continuò a segarlo con ritmo regolare, guardandolo con quegli occhi enormi, sfiorandogli la cappella con il pollice. Poi, senza smettere di muovere la mano, arretrò di un passo sedendosi sul cesso.
Alzò il viso, aprì la bocca e tirò fuori la lingua, fissando, come ipnotizzato, il cazzo duro di Luis che gli svettava a pochi centimetri dalle labbra.
Luis perse il controllo: l'alcol e la sfrontatezza di quel semisconosciuto uscito chissà come dalla Terra di Mezzo e farcito di perversione, lo portarono rapidamente al punto di non ritorno.
Si sporse in avanti, lo afferrò per le orecchie e iniziò a spingere con colpi rapidi e profondi.
“Oh sì! Sì! Prendilo in gola!”
Dario lo accolse con spudorata avidità, avvolgendo l'asta con le labbra, baciandogli le palle, emettendo piccoli gemiti soffocati.
Bastarono pochissimi secondi. Luis sentì un terremoto interiore partire dalla schiena. “Sto per... cazzo! Cazzo!”
Impresse un'ultima spinta e una scarica densa, copiosa riempì la bocca di Dario che, senza scansarsi di un millimetro, inghiottì tutto, leccando via con la lingua fino all'ultima goccia rimasta sulla punta, prima di rialzare lo sguardo con un sorriso d’intesa.
Luis indietreggiò e lo osservò ripulirsi l'angolo della bocca con il dorso della mano, sorridendo con un'aria strana.
Repentinamente l'espressione di Dario cambiò: lo sguardo da "hobbit ingenuo" lasciò il posto a un velo di ansia calcolata, quasi appiccicosa.
“Senti, Luis...” disse, rimanendo seduto sulla tazza e mettendo le mani tra le ginocchia. “Oggi non so proprio dove cazzo dormire. Il mio proprietario mi ha buttato fuori ieri e non ho un posto. Posso stare qui da te per qualche giorno? Mi metto anche sul divano...”
Luis avvertì una morsa improvvisa allo stomaco. L'eccitazione dell'alcol e della bocchinata lampo svanì in un secondo, sostituita da una inquieta perplessità.
La sua aria fuori dal mondo cominciava a puzzargli di trappola: un tipo sconosciuto, incontrato per caso in facoltà, che nel giro di due ore gli era entrato in casa, gli aveva pompato il cazzo nel bagno e ora pretendeva di piantare le tende nel suo appartamento, anzi nel “loro” appartamento perché lui e Jules lo avevano scelto insieme.
“Guarda, oggi è impossibile” mentì Luis con voce fredda, rivestendosi in fretta. “Tra poco deve tornare il mio coinquilino e ha bisogno della stanza.”
Dario lo scrutò, visibilmente contrariato da quella spinta verso l'uscita, ma l'idea di mettere le mani sul materiale da trenta e lode ebbe la meglio. “Va bene... ma almeno gli appunti me li sono meritati, o no?”
“Ecco” rispose Luis estraendo i fogli dagli anelli, “fai le copie e poi me li riporti.”
“Non puoi lasciarmi tutto? Anche il raccoglitore intendo?”
“Hai già avuto il fresco, cosa te ne fai del secco?”
“Almeno il tuo numero? Così poi te li riporto?”
“Eccolo, te lo scrivo qui: ci vediamo in facoltà. Ciao!”
Non appena la porta d'ingresso si chiuse alle spalle del pompinaro, il telefono iniziò a vibrare.
Era un messaggio di Rob sul gruppo, seguito subito da una foto inviata da Vince. Nella foto si vedeva la spiaggia di Lido Orizzonti al tramonto, un vassoio di cocktail sul tavolino e i due che facevano un gesto sfacciato verso la fotocamera.
Vince: “Aho, il 30 e lode lo festeggi sul lettino o fai il pantofolaio? Noi abbiamo deciso di tornare dallo zio Bart, ti aspettiamo.”
Rob: “Dai Luis, stacca quel cervello. Ti veniamo a prendere alla stazione.”

Quella notifica fu come una scarica di adrenalina pulita.
Aveva voglia di leggerezza e l'idea di rimanere incastrato in casa con lo strano "Frodo" in giro lo soffocava.
Lido Orizzonti, i corpi di Vince e Rob, e le vaghe ma seducenti prospettive di una carriera forense grazie agli appoggi di Bart erano lusinghe che intendeva cogliere al volo.

Luis non ci pensò due volte.
Prese lo zaino da viaggio, ci buttò dentro tre magliette, i costumi e la camicia d'ordinanza ancora stropicciata. Afferrò le chiavi di casa, lasciò il raccoglitore di procedura civile ben chiuso sul tavolo — con l'ultima pagina ancora sigillata dal suo seme asciutto — e chiuse la porta a chiave con due mandate.
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